Ho girato per qualche estremo di questa terra. Tra i posti più caldi, quei più freddi, quei più umedi e quei più aridi.
Ma non c’è niente come l’afa di Milano. Ti toglie il fiato. Non hai scampo.
Ricordiamoci l’estate 2003. E’ iniziato un pò come quest’anno, superando i 30 gradi a metà maggio. Ho ancora un numero di “City” dell’agosto di quell’anno che sulla prima pagina annuncia la temperatura massima: 43, temperatura minima: 39…
Ci piace. Ora basta con le primavere insignificanti, gli autunni e gli inverni fastidiosi. Vogliamo sempre l’estate! Umedo, caldo, caldo. Torrido. Afoso.
Dai, Borotalco sotto le ascelle, tout le monde, e ce la facciamo!
Stavo correndo. Ma all’improvviso mi ero fermato. Tutto era così bello, d’oro, di caldo. Oddio, volevo rimanere in quell’attimo, in Via Marghera.
E poi le luci che scendevano. A Milano la bellezza c’è sempre, a qualsiasi ora. Ma quel tramonto era un soffio di un altro universo.
Non mi potevo più muovere, incantato.
Poi è finito, il momento magico. Ho ripreso la corsa e sono tornato a casa.
Tutto ciò mi ricorda una notte a Djibouti 17 anni fa. Eravamo in una spiaggia su un’isola, Zernouh ed io. Il mio fratello marocchino. Le ragazze locali con chi avevamo fatto la festa, approfittando del weekend libero dormivano tutte sdraiate sotto il gazebo un pò più in là, i loro corpi formavano delle figure surreali nella notte umeda, belle oltre ogni parola.
Erano le 6 del mattino e il sole si stava per alzare. Zernouh ed io eravamo seduti nella sabbia, ancora calda, il Golfo dell’Aden davanti a noi.
Mi disse: “Gren, tu sais… Dans un instant c’èst tout finit. La magie s’en va.”
Per quanto io amo Milano, c’è una zona che purtroppo ho dovuto conoscere nell’ultimo anno: Città Studi. So che un buon percentuale dei miei carissimi lettori in un modo o un altro orbitano da quelle parti.
Mi dovete scusare.
Non voglio offendere nessuno, ma Città Studi fa cagare.