
Colpiscono le assomigliante della politica italiana di oggi con quella di Roma nel primo secolo prima di Cristo.
Più di ogni altra cosa colpisce la incarnazione perfetta di Catone (il giovane) nella veste di Di Pietro.
Per chi non conosce la storia del nostro Marco Porcio, era uno ossessionato con la moralità e con la Repubblica. Quella ossessione gli portò ad un odio verso Giulio Cesare che non ha avuto uguali fino ad oggi. Gaio Giulio non solo andava a letto con tutte le mogli dei suoi avversari politici (tra cui la già sposata sorellastra di Cato stesso) ma anche con il re di Bitinia, e non gli fregava un cz della Repubblica se le sue istituzioni non gli aiutava a fare il bene per il popolo.
Rifugiato in Utica (Tunisia) dopo la sconfitta a Pharsalus cercava di continuare la sua resistenza contro Cesare. Dopo qualche tempo la situazione divenne insostenibile e si intravedeva la sua probabile cattura ed un perdono pronunciato dal clemente Gaio Giulio.
Davanti un simile scenario e durante una lettura di Socrate sulla separazione dell’anima del corpo, Catone prese la sua spada e cercò di suicidarsi nella posizione tradizionale dei romani. Il giorno prima, però, si era infortunato la mano picchiando uno schiavo e non riuscì con con la dovuta eleganza. Innervosendosi, infilò semplicemente la spada nell’alto dell’addome ed iniziò a segare da un lato all’altro. Mentre si colpiva, si tritava e gremiva ebbe una convulsione fortissima e cadde dal letto. Così rovesciò un abaco che a sua volta colpì il gong che Marco Porcio usava per chiamare i servi. I suoi familiari, schiavi e collaboratori fecero irruzione nella camera e proceddero tutti insieme alla immediata raccolta degli intestini e la loro risistemazione nella pancia di Catone mentre il medico personale Cleanthes, tra bestemmie e colpi di ago lo suturò.
Così sopravvissuto, Catone si svegliò pochi minuti dopo la “operazione° in agonia e con un orribile dolore con tutte le persone ancora intorno a se, incluso il suo figlio. Cleanthes, esclamò in voce trionfale “Catone, ti abbiamo salvato! Vivrai!”. Catone alzò il tessuto con cui avevano coperto la sua pancia e guardò terrorizzato il filo rosso che la teneva insieme. Oltre ogni limite della pazzia, consumato dal suo odio per Cesare e la prospettiva di dover vivere ed essere perdonato da lui, iniziò a tirare con una furia terribile sui fili, sulla sua carne ed a tirar fuori di nuovo i suoi intestini. La gente intorno non osarono intervenire.
La storia di Di Pietro, la conoscete. Non ve la racconto.
Però, Il Dottore da un consiglio all’onorevole Di Pietro di cercare di calmarsi. Non fa bene svegliarsi la mattina con il primo pensiero e tutti i pensieri successivi della giornata diretti verso Arcore, non fa bene costruire la vita su un concetto dell’odio verso una unica persona. La follia è dietro l’angolo, caro Di Pietro. La ho visto negli tuoi occhi.